Federico Garcia Lorca

 

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Sonetto del dolce lamento

Soneto de la dulce queja

Temo di perdere la meraviglia

dei tuoi occhi di statua e la cadenza

che di notte mi posa sulla guancia

la rosa solitaria del respiro.

Temo di essere lungo questa riva

un tronco spoglio, e quel che più m'accora

è non avere fiore, polpa, argilla

per il verme di questa sofferenza.

Se sei tu il mio tesoro seppellito,

la mia croce e il mi fradicio dolore,

se io sono il cane e tu il padrone mio

non farmi perdere ciò che ho raggiunto

e guarisci le acque del tuo fiume

con foglie dell'autunno mio impazzito.

 

Sonetto della lettera

Soneto de la carta

Viscere mie, amore, viva morte,

invano aspetto una lettera da te

e penso, con il fiore che appassisce,

di perderti se vivo senza me.

L'aria è immortale e sta inerte la pietra

che non conosce l'ombra, non la elude.

Profondo il cuore non richiede il miele

ghiacciato che è versato dalla luna.

Che sofferenza! da aprirmi le vene,

tigre e colomba, sopra la cintura,

di gigli e di morsi che si scontrano.

Cura la mia follia con le parole,

sennò lasciami alla serena notte

dell'anima che eterna dura oscura.

 

Notte dell'amore insonne

Noche del amor insomne

Notte dell'amore insonne

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.
Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.
L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.
Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

 

da Sonetti, 1918/1936,

Sonetos, traduzione di Claudio Rendina

Ultimo aggiornamento: 06/07/2006 - Per suggerimenti e contributi: pergioco.ud@libero.it