Sonetto
del dolce lamento
Soneto
de la dulce queja
Temo
di perdere la meraviglia
dei
tuoi occhi di statua e la cadenza
che
di notte mi posa sulla guancia
la
rosa solitaria del respiro.
Temo
di essere lungo questa riva
un
tronco spoglio, e quel che più m'accora
è
non avere fiore, polpa, argilla
per
il verme di questa sofferenza.
Se
sei tu il mio tesoro seppellito,
la
mia croce e il mi fradicio dolore,
se
io sono il cane e tu il padrone mio
non
farmi perdere ciò che ho raggiunto
e
guarisci le acque del tuo fiume
con
foglie dell'autunno mio impazzito.
Sonetto
della lettera
Soneto
de la carta
Viscere
mie, amore, viva morte,
invano
aspetto una lettera da te
e
penso, con il fiore che appassisce,
di
perderti se vivo senza me.
L'aria
è immortale e sta inerte la pietra
che
non conosce l'ombra, non la elude.
Profondo
il cuore non richiede il miele
ghiacciato
che è versato dalla luna.
Che
sofferenza! da aprirmi le vene,
tigre
e colomba, sopra la cintura,
di
gigli e di morsi che si scontrano.
Cura
la mia follia con le parole,
sennò
lasciami alla serena notte
dell'anima
che eterna dura oscura.
Notte
dell'amore insonne
Noche
del amor insomne
Notte
dell'amore insonne
Notte
alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.
Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.
L'alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.
Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.
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da
Sonetti, 1918/1936,
Sonetos, traduzione di
Claudio Rendina |